Un lungo viaggio psichedelico, egocentrico e provocatorio
“Enter the Void”, l’ultima fatica dell’eclettico Gaspar Noè arriva finalmente in Italia con due anni di ritardo, distribuito coraggiosamente da BIM. Dopo il disturbante stupro ai danni di Monica Bellucci in “Irreversible”, il regista argentino torna a Cannes nel 2009, pronto ancora una volta a stupire e a far storcere il naso a critica e pubblico. Ambientato in una Tokio decadente, il film narra le vicende di Oscar (Nathaniel Brown), un giovane spacciatore dipendente da DMT (una potente sostanza allucinogena) e di sua sorella Linda (Paz de la Huerta), ballerina in un night club. I due dopo aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale, hanno maturato un legame così forte da diventare ultraterreno…
Un lungo viaggio psichedelico impregnato di droga e sesso, sospeso in un limbo tra la vita e la morte per un’opera imponente, discontinua e ridondante, ma visivamente impressionante. Noè ci catapulta dentro la storia a modo suo: le vicende vengono mostrate dal punto di vista di Oscar in tre modalità: un’inquadratura soggettiva attraverso gli occhi del protagonista, un’inquadratura in terza persona (stile videogame) utilizzata per i ricordi e un’inquadratura esterna, fluttuante, che rappresenta lo spirito, il viaggio. La narrazione è intervallata da numerosi flashback e da sequenze lisergico-epilettiche in CGI.
L’immaginifica fine del mondo di Lars Von Trier
Nella fine del mondo di Lars Von Trier non c’è un Dio, non c’è un Salvatore, la natura fa una pulizia cosmica danzando sulle note di Wagner; un destino ineluttabile che arriva posandosi come un velo di malinconia, follemente poetico ed emozionante. Nelle sale italiane dal 21 ottobre, “Melancholia” è un dramma più psicologico che apocalittico, che nasce da momenti bui e depressivi vissuti del regista danese.
Il rapporto tra due sorelle, Justine (Kirsten Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg) mentre il pianeta interstellare Melancholia si avvicina pericolosamente alla terra. La pellicola è divisa in un prologo e due capitoli. Sulle note del “Preludio” di “Tristano e Isotta” immagini simboliche e surreali narrano sino alla fine un film che dobbiamo ancora vedere, in una modalità estetica già utilizzata in “Antichrist”. Il primo capitolo racconta la lenta caduta in depressione di Justine nel giorno del suo matrimonio, in un folle vortice di rapporti con i familiari, gli ospiti e lo sposo, e la strana influenza di una stella che brilla più delle altre. Il secondo capitolo mostra l’angoscia di Claire (e l’indifferenza di Justine) mentre il pianeta Melancholia è ormai prossimo alla terra con rischio di collisione.
Alla ricerca di un’aquila che non prende il volo
Marco Aquila (Channing Tatum) è un giovane centurione che nel 140 d.C. giunge in Britannia per scoprire il mistero sulla scomparsa del padre. Vent’anni prima la IX legione guidata da Flavio Aquila, suo padre, si era spinta nelle terre dell’estremo nord, in Caledonia, senza fare più ritorno. Con loro era andata perduta anche l’insegna dorata dell’aquila, simbolo di Roma. Deciso a riscattare il valore del padre e ritrovale l’Aquila, Marco decide di mettersi in viaggio al di là del Vallo di Adriano, confine estremo del mondo romano. Ad accompagnarlo nel viaggio ci sarà Esca (Jamie Bell) un giovane schiavo Britanno a cui Marco ha salvato la vita.
The Eagle si basa sul romanzo “L’Aquila della IX Legione” di Rosemary Sutcliff e riprende il tema del recente “Centurion” di Neil Marshall, anch’esso basato sulla leggenda della IX Legione. Il regista scozzese Kevin Macdonald (“La morte sospesa”, “L’ultimo re di Scozia”) si imbarca in questo racconto erede della cinematografia epica del passato e del recente revival, guidato da “Il Gladiatore” di Ridley Scott. L’Onore, la spada e la fedeltà alla bandiera, sono i valori di cui il film è infarcito, ma con una lezione morale: l’amicizia e lo spirito di fratellanza come presa di coscienza per una trasformazione.
Una (triste) pagina di storia del cinema italo-americano
James (Ivano De Cristofaro) è partito dal sud Italia verso gli Stati Uniti quando era solo un ragazzino. Arrivato sano e salvo nella terra dei sogni (attraversare l’oceano Atlantico con un rimorchiatore è pur sempre un’impresa) comincia a lavorare nell’officina di Don Nicola (Tony Sperandeo). Ben presto però prende una brutta strada fatta di scazzottate, alcool e sfide all’ultimo sangue (a biliardo). Per fortuna viene in suo aiuto Frank (Franco Columbu), il Mastro Geppetto di “Little Italy”, che lo accoglie nella sua bottega e lo tratta come un figlio (offrendogli in dono anche sua figlia). James impara così a costruire burattini di legno e scopre che la vita può essere affrontata anche senza pugni. Anzi no! Il nostro eroe si ricorda di colpo che il suo grande sogno è diventare un pugile. Guarda caso Frank è a sua volta un ex-pugile e comincia ad allenare il suo pupillo…
Questa a grandi linee è la trama dell’opera prima di Sandro Ravagnani, “il film (come recita il trailer) che scriverà una pagina di storia del cinema italo-americano”. Dopo cinque minuti di proiezione ho iniziato a pensare “…ma è uno scherzo?!”. Il mio imbarazzo iniziale è scemato pian piano mentre la pellicola andava avanti, fino a rilassarmi completamente e ridere di gusto.
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